Dalle origini al 1905

La Federica ha una storia che si perde nel passato remoto, tanto che l’origine del suo nome non è noto.
Qualcuno lo fa risalire addirittura a Federico Barbarossa, noto frequentatore della piana di Alessandria nel XII secolo ai tempi di Baudolino. E’ un’ipotesi piuttosto presuntuosa, anche se la presenza della Federica nel Catasto dell’agrimensore Benedetto Zandrino redatto nel 1691, con una pianta che non è molto differente fa comprendere che si tratta di un insediamento molto antico, probabilmente già presente nel XV secolo.
Forse la località è stata prediletta ad altre per la presenza di acqua documentata dal verde delle piante e favorita dalla geologia del luogo che, sotto uno strato di terra e di ghiaia,  si appoggia sul così detto  greton, una marna antica presente nella valle del fiume Scrivia. Nel XIX secolo la Federica fu della importante famiglia genovese dei Negrotto Cambiaso, la cui proprietà si estendeva per circa 400 ettari, comprendendo oltre la Cascina Polidora anche altre della località Merella.
La presenza dei Negrotto Cambiaso è testimoniata nella Cappella in fondo al viale di accesso, sotto la torre che emerge tra le cime dei cedri. Al centro della cappella si trova la lapide con lo stemma dei Negrotto Cambiaso, il leone e due cani protesi sulla scala, a ricordo dei legami che i Cambiaso avevano con gli Scaligeri di Verona.
Ai lati, le tombe dei proprietari che vissero nell’800 alla Federica, coltivando non solo frumento (grano), orzo, patate, foraggio, ceci e fagioli, ma anche vigne, che, raccontavano i vecchi, producevano non solo vino ma anche uva da tavola.
L’eredità dei Negrotto Cambiaso è importante poiché ebbero molta cura per la cascina, di cui estesero in modo funzionale ed elegante l’antica costruzione, conservando, tuttavia, l’impianto a corte chiusa, tipica delle cascine della zona.
Essi raddoppiarono la manica dell’edificio principale, realizzando una cantina molto ampia attiva sino alla metà del XX. Se si osserva con attenzione la costruzione è facile vedere che oltre a pilastri in mattoni, buona parte della pareti sono in terra, un modo di costruire tipico della Frascheta da Novi a Gobbi diffuso sino agli anni ’50.
Le case in terra, o trunere, venivano realizzate con una tecnologia piuttosto ben definita ed elaborata, possibile per la particolare conformazione del terreno, ricco di ciotoli e argilla, che consente, impastato con l’acqua e battuto tra casseforme, di ottenere una sorta di calcestruzzo di buona resistenza meccanica.
Tronchi di legno inseriti nelle pareti murarie, le radici, trattate nell’urina di bovino per proteggerli dall’aggressione di muffe e parassiti, costituivano il succedaneo delle chiavi metalliche, troppo costose per la povera economia agricola, che consentivano la realizzazione di volte in mattoni, molto spesso realizzate senza centina.
Come di consueto, i tetti sono realizzati in coppi su una copertura in legno, con capriate realizzate con travi nerborute e contorte, più economiche e disponibili.
Unica eccezione la torre, che dall’alto della sua vecchiezza, è realizzata in mattoni e chiavi in ferro;  sul fronte a sud si intravede una ormai flebile meridiana.
Altrettanto importante è l’impianto del giardino, in cui svettano cedri ultracentenari tra tassi, ippocastani, tigli, aceri campestri, frassini e tanti lillà che durante la fioritura esplodono nel verde in macchie di colore; le rubinie o acacie riempiono come sempre nella zona gli spazi vuoti.

Dal 1905 ad oggi

Questa eredità arborea è stata raccolta da Agostino Gambarotta, che acquistò la proprietà nel 1905 dagli eredi Negrotto Cambiaso, e da suo figlio Giancarlo, personalità indimenticabili anche per l’affezione e l’impegno nel miglioramento della proprietà.  I nipoti, attuali proprietari, hanno raccolto questa passione di conservare il verde in una zona che un tempo fu ricca di gelsi, le piante dei bachi, o dei bigatti, i produttori di seta su cui si basava buona parte dell’economia novese  nel XVIII e XIX secolo.
Sino agli anni ’60 nella Cascina vivevano diverse famiglie che lavoravano la terra.  La dura vita dei campi iniziava assai presto la mattina e finiva al tramonto.  In settembre iniziavano le arature per preparare le semine del grano. I buoi, che fornivano la forza motrice per l’aratro, lavoravano singoli o a coppie.  La fatica era tanta e i buoi venivano fatti mangiare la mattina molto presto per essere pronti al lavoro al sorgere del sole.
Negli anni ’30 la comparsa dei primi trattori costituirono un grande aiuto alla fatica dei campi. In ottobre si preparava la terra, si concimavano i campi con spandiconcime trainati da cavalli e quindi si seminava il grano.  Nell’inverno e nell’inizio della primavera si concimavano i campi; il grano tra le file veniva sarchiato per eliminare le erbe infestanti e si aspettava la mietitura. A luglio, quando tutti i covoni erano nel fienile, iniziava la trebbiatura con grande attività nella cascina. La mattina presto, dopo aver avviato il motore del trattore a testa calda OM, iniziava un lavoro febbrile: chi alimentava la trebbiatrice, in una polvere infernale, chi caricava i sacchi di grano da un quintale sulle spalle portandoli nel granaio, i ragazzi a piegare il filo di ferro per l’imballatrice, chi portava le pesanti balle di paglia in cima alla cascina salendo su scale in legno alte e strette.  Unico momento di riposo a mezzogiorno intorno a tavola con tante storie da raccontare. Oltre al grano, tanti altri lavori nei campi, l’erba da tagliare e portare in cascina, il granoturco da seminare, concimare, sarchiare e raccogliere, l’uva da potare, vendemmiare e vinificare, il tabacco, le barbabietole da zucchero, l’orto.  Nel 1928, con la realizzazione del Consorzio Irriguo Merella su iniziativa dei soci Bovone, Galiani, Capurro, Gambarotta e Rivara, e la disponibilità copiosa di acqua, preziosa risorsa in un territorio così arido d’estate, fu possibile migliorare le produzioni irrigue quali granoturco, barbabietole e tabacco. Nella stalla le vacche, il toro ed i buoi davano lavoro per tutto l’anno; il latte da mungere e raccogliere per la centrale, le lettiere da preparare ed il letame da accatastare, la nascita dei vitelli, i cavalli ed i buoi da ferrare.  Sebbene si possa pensare ad una vita monotona,  le circa venticinque persone che abitavano la cascina costituivano una comunità viva.
Con la Guerra la comunità crebbe con l’arrivo degli sfollati da Novi bombardata sino a raggiungere il centinaio di persone.  In quei tristi momenti,  trovarono il modo di convivere dignitosamente e in certi momenti anche felicemente, persone più disparate: un partigiano che falsificava documenti, tre soldati tedeschi,  un prete con le sue sorelle,  sfollati di ogni provenienza. Ora i prodotti agricoli sono ancora il frumento, l’orzo, il granoturco, i piselli, i girasoli, il foraggio (erba medica e loietto o paiton).  Le lavorazioni si svolgono in tempi assai più ridotti, si pensi che la trebbiatura del frumento oggi  richiede due giorni di lavoro, mentre un tempo ne richiedeva almeno dieci.  Più recentemente si è avviato l’allevamento di cavalli da sella italiana, con diverse fattrici che hanno dato negli ultimi anni più di dodici puledri.  Tra questi il migliore è risultato Cecilio, figlio del famoso Voltaire, primo tra i puledri di un anno alla fiera nazionale  annuale di Travagliato Cavalli nel 2000, Best in Show sempre a Travagliato nel 2001, secondo nel salto in libertà puledri a Verona Cavalli nel 2002, ora sotto la sella di uno dei migliori cavalieri italiani, partecipa a concorsi nazionali di salto ostacoli.   Mediamente nascono nell’allevamento due-tre puledri l’anno, che vengono allevati nella Cascina sino a tre anni, l’età della doma. Fattrici e puledri sono visibili sia nei recinti nel campo a sinistra del viale e dietro la scuderia, sia nella scuderia, dove stanno altri cavalli da sella.